S-nodi | LO SVILUPPO DI COMUNITÀ NELL’ESPERIENZA NOVARESE
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LO SVILUPPO DI COMUNITÀ NELL’ESPERIENZA NOVARESE

LO SVILUPPO DI COMUNITÀ NELL’ESPERIENZA NOVARESE

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In Piemonte, nella Bassa Valsesia, ai piedi del monte Fenera ha preso corpo un interessante progetto di integrazione di un’ottantina di richiedenti asilo con la popolazione locale, caratterizzato dal ruolo strategico della comunità nel percorso di riduzione della povertà. Ne spiega la metodologia don Giorgio Borroni, direttore Caritas Diocesi di Novara, in un contributo redatto per S-Nodi.

L’iniziativa  non ha grandi ambizioni dal punto di vista economico, ma ha i presupposti per creare ulteriori connessioni e sinergie e ha tutti i margini per ulteriori implementazioni.

Inizio citando questo esempio del progetto “Il cielo è di tutti”, all’interno della nostra diocesi di Novara, per analizzare come si può sviluppare comunità attraverso un intervento che presenta la realizzazione di attività per il contrasto della povertà e per l’integrazione di migranti all’interno di un preciso contesto. Ecco, in successione, sei aspetti fondamentali per sviluppare comunità, per creare coesione sociale ed integrazione e per sostenere fragilità.

Il primo elemento è ‘non possedere spazi ma iniziare processi’ (cfr. Evangeli Gaudium n. 223). Nel contrasto alla povertà non si deve pretendere di fare e di risolvere “tutto e subito”, e soprattutto da soli. È stato questo, spesso, il punto di debolezza e di rischio di associazioni, enti o gruppi che lavorano nel mondo del volontariato e del non profit: “Io do un aiuto immediato al povero pensando di risolvergli all’istante il problema”.  Questo modo di ragionare ha portato le singole realtà, purtroppo, a considerarsi autocratiche, senza bisogno di confronti o di sinergie: “Il mio ente o la mia associazione esiste, occupa uno spazio, opera nella carità e per questo deve essere riconosciuta ed avere visibilità”.

Creare processi significa invece rendersi conto che il percorso è fatto da un susseguirsi di tappe, dove gli attori in campo sono diversi e possono aggiungersi di volta in volta e anche le attività e le finalità perseguite possono variare in un riposizionamento continuo, dettato anche dal mutare del tempo e delle situazioni.

Il secondo punto riguarda ‘leggere e mappare la realtà. I bisogni e le povertà sono come grossi iceberg: è difficile vedere ciò che sta sotto. Spesso si è incapaci di una lettura reale e completa del contesto in cui si vive, si è miopi di fronte alla lettura dei cambiamenti. I profili di una comunità vanno letti nella loro diversità perché la realtà è variegata e complessa. In questa lettura emergono le potenzialità e le risorse che sono all’interno di una comunità e che diventano le strategie di intervento per combattere povertà e disagio sociale. Tutto va fatto emergere per avere uno sguardo pieno e completo sulla realtà, scrutandola in tutte le sue svariate sfaccettature, senza omettere tutti i punti di forza e di debolezza presenti sul territorio.

Il terzo passo è ‘creare la rete’: un passaggio imprescindibile nello sviluppo di una comunità, anche se forse quello più delicato. La rete mette intorno a un tavolo un “arcipelago” di realtà, spesso incapaci di dialogare e che fanno fatica a pensarsi partners di interventi progettuali con altri attori.

La rete bypassa un atteggiamento asimmetrico del singolo che assiste il povero e che lo guarda “dall’alto in basso”; essa immagina interventi in cui il povero diventa attivo, partecipe del suo riscatto e protagonista dell’intervento.

Troppo spesso pensiamo alla rete come la serie degli attori che faranno qualcosa “per” qualcuno, in questo caso il povero. Nel cammino di innovazione sociale la comunità invece crea la rete con tutte le forze in campo, per attivare progetti che vengono pensati “con” qualcuno.

La rete è difficile da creare, ma soprattutto è difficile da mantenere: saper dare la giusta considerazione a tutti, valorizzare opinioni e competenze, esprimere ruoli e finalità in maniera chiara ed evidente, presidiare e monitorare i processi della rete sono elementi indispensabili che richiedono tempo ed energie; per questo spesso si preferiscono scorciatoie o modalità meno impegnative ma, alla fine, meno incisive.

Altro elemento portante è la ‘co-progettazione’: oggi sviluppare la comunità in funzione del contrasto alla povertà non può prescindere dal lavoro di co-progettazione, dove si annullano le individualità e si fanno emergere le potenzialità condivise. Come già detto, intorno a questi tavoli devono sedere anche i poveri. La comunità ne valorizza le capacità, fa leva sui loro interessi, tiene conto del pensiero e delle esigenze di tutti: tecniche che ormai si stanno utilizzando a vari livelli come l’Open Space Technology, il World Café e il Photovoice animano la partecipazione come primo passo per sfociare in una progettazione condivisa. Nell’esempio dell’esperienza del Parco Naturale del Fenera riscontriamo un tentativo (forse ancora un po’ “timido”) di progettazione condivisa, dove si cerca di creare una filiera di attività che ha come sbocco la sostenibilità (vendita dei prodotti). Nello stesso tempo ci accorgiamo che le forze da mettere in campo potrebbero essere molte di più: manca l’ente pubblico, altre forme di volontariato, una commercializzazione più ampia (magari online) che potrebbe allargare la diffusione del prodotto. Un’adeguata e ulteriore co-progettazione, anche in itinere, potrebbe dare maggiore implementazione ed accelerazione al progetto.

Un ulteriore passo è rappresentato da ‘restituzione e visibilità’. Parlare di restituzione e di visibilità può essere confuso come un “farsi pubblicità” del processo intrapreso, risultando quindi un aspetto riduttivo e marginale. La visibilità è invece il restituire a tutta la comunità l’esito del progetto, dimostrandone l’efficacia e soprattutto ridando responsabilità alla comunità intera. “Alla sera della vita – diceva il card. Martini – se avremo aiutato i poveri, il buon Dio non lo chiederà alla Caritas, ma ad ogni battezzato”. I poveri sono della comunità e la comunità se ne deve assumere la responsabilità attraverso un coinvolgimento e un’attivazione di tutte le parti.

Questo è il percorso dell’inclusione sociale, dove i poveri non vengono portati “al di fuori” in strutture o situazioni create “ad hoc”, ma sono al centro della comunità, dei suoi interessi e delle sue preoccupazioni.

Restituire, in sintesi, vuol dire non considerare il tema della lotta delle povertà patrimonio e occupazione di alcuni che sono delegati dalla comunità ad assistere chi è scivolato in una situazione di disagio, ma “bene comune di tutti”.

Infine, non possono mancare ‘la verifica e la valutazione’. Sempre di più sviluppare comunità nella lotta alle povertà significa misurare l’impatto sociale e la capacità di riscatto delle persone. Una comunità deve valutare quanta dignità è stata riconsegnata alle persone, quanto valore ridato, quanta efficacia ha prodotto l’intervento.

Spesso si progetta, si mettono in atto interventi che poi non vengono valutati e misurati.

Quest’ultimo aspetto serve per una ripartenza, per un riposizionamento degli interventi futuri, per un non dover ripartire da capo, aspetto spesso frustrante del nostro impegno di servizio ai poveri.

Questi aspetti ci mettono in una prospettiva unica verso il povero: non possiamo aiutarlo senza di lui, affinché ridiventi protagonista della sua storia.

Le comunità vanno spinte a dare e a fare di più, con una sorta di contaminazione e di scambio di idee per una carità più creativa e generativa.

Non vuole,  quest’ultima espressione, essere solo un bello slogan, ma vuole essere la direzione da intraprendere per attivare processi di novità e di partecipazione nelle nostre comunità.

“Il cielo è di tutti” è un progetto in parte finanziato con i fondi dell’8×1000 dalla diocesi di Novara, che vede come attori principali una cooperativa di accoglienza di richiedenti asilo, l’associazione di volontariato Eufemia di Borgosesia e la parrocchia locale.

L’obiettivo del progetto è di integrare i richiedenti asilo con la popolazione locale nella realizzazione di attività come l’apicoltura, l’orto e la coltivazione di fiori, i cui prodotti vengono commercializzate nel negozio del “Commercio Equo e Solidale” gestito dall’associazione e di proprietà della parrocchia, per aiutare la sostenibilità del sostenibile.

 don Giorgio Borroni


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