S-nodi | Il cibo nella lotta alla povertà passando per il welfare di comunità
S-nodi | Il cibo nella lotta alla povertà passando per il welfare di comunità
7124
post-template-default,single,single-post,postid-7124,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-theme-ver-9.2,wpb-js-composer js-comp-ver-4.11.2.1,vc_responsive
 

Il cibo nella lotta alla povertà passando per il welfare di comunità

Il cibo nella lotta alla povertà passando per il welfare di comunità

Condividi sui tuoi social!

La chiusura del Salone del Gusto di Torino è, come sempre, una buona occasione per parlare dicibo visto da diverse e, talvolta inusuali, prospettive. Protagonista trasversale di conversazioni, notizie, scandali, studi, incontri, degustazioni, abbuffate, polemiche, business, scoperte e riscoperte, il cibo è anche il primo elemento nelle battaglie per la riduzione della povertà.

Attualmente i progetti di maggior successo che pongono il cibo al centro della lotta alla povertà si basano sull’eliminazione dello spreco, sulla reciprocità e sulla forza della comunità. Tra le modalità in rapida espansione ci sono gli Empori Solidali: hanno l’aspetto di un supermercato, con tanto di carrelli, ma per fare la spesa non si paga, o per lo meno non si paga con il denaro. Sono ad accesso controllato e danno la possibilità acquistare gratuitamente cibo fresco e non, bevande, detersivi, ecc, secondo il proprio fabbisogno. Una volta individuati, i beneficiari ricevono una tessera punti con cui potersi rifornire per un periodo che va dai due ai sei mesi, durante il quale partecipano ai programmi di riqualificazione professionale e reinserimento sul mercato del lavoro. Attivi in Italia dal 2008 (Roma e Prato sono i primi nati da una volontà delle Caritas diocesane) gli empori solidali sono portatori di un insieme di esperienze, accomunate dalla finalità del recupero degli sprechi alimentari e dal contrasto alle povertà. Per svilupparsi contano fortemente sull’appoggio della comunità, dal momento che, al di là del sostegno dell’otto per mille per l’avvio delle attività, i locali vengono messi a disposizione dalle amministrazioni o dalle associazioni, il personale è garantito dal volontariato, i beni dalla filiera di raccolta, le spese vive sono coperte da sponsor (per lo più aziende o istituti bancari), o a dai contributi da parte delle stesse associazioni. Oggi sono attivi circa 60 empori solidali in 16 regioni italiane, di cui 20 si trovano in Emilia- Romagna, che ha istituito anche un Festival Regionale degli Empori Solidali. Sul totale degli empori dell’Emilia Romagna 12 sono già attivi, 5 sono in fase d’avvio e 3 in progettazione, il personale già impiegato è di 458 addetti di cui 16 dipendenti e 442 volontari. La gestione richiede l’individuazione e la sinergia di molteplici attori e risorse della comunità, va in direzione del welfare di comunità e include la formazione professionale di risorse umane, l’attivazione di collaborazioni con aziende e realtà imprenditoriali per il reperimento dei beni, la ricerca di fondi, la messa in rete dei servizi pubblici e delle altre associazioni, la sperimentazione di progetti capaci di attivare la società civile nell’ambito delle azioni a sostegno dell’emporio. Anche la Toscana è in prima linea con gli empori solidali, attorno ai quali si sviluppano progetti satellite come la “Carta del pane” di Grosseto, che da sperimentale è diventato (quasi) strutturale, grazie ad una recente delibera che rinnova questa buona prassi almeno fino al giugno del 2017.

In Piemonte, dove sono in costante crescita gli empori, si sviluppano anche altre formule di welfare di comunità, su cui si sviluppano pratiche di impresa sociale particolarmente innovative.Tra queste la più estesa, per tempo e spazio, è “Fa bene.”, il progetto avviato 3 anni fa a Torino, in Barriera di Milano, e sostenuto da S-NODI-Caritas torinese per distribuire il cibo fresco raccolto nei mercati alle famiglie in difficoltà, a loro volta chiamate a rimettere in circolo il bene ricevuto dalla collettività. Nei mercati rionali i cittadini vengono sensibilizzati dai commercianti ad acquistare piccole quantità di cibo a favore di una famiglia o di un singolo in stato di difficoltà economica. Alcuni operatori raccolgono il fresco donato e quello invenduto, lo smistano in pacchi e lo consegnano ai beneficiari che si impegnano a restituire quanto ricevuto in forma di servizi alla comunità. Da settembre, grazie al protocollo di intesa firmato dal Comitato S-NODI con la Città Metropolitana, il progetto amplia i propri orizzonti con un passaggio di scala dal territorio cittadino all’area della Città Metropolitana di Torino: un banco di prova che getta le basi per la crescita e la trasformazione di “fa bene.” in una pratica da replicare sul territorio nazionale.

Giorgia F. Brescia


Condividi sui tuoi social!
No Comments

Post A Comment