S-nodi | L’Istat fotografa un Paese che invecchia
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L’Istat fotografa un Paese che invecchia

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In un Paese che invecchia si sta delineando un succedersi delle generazioni, complementari e non solo conflittuali. Lo evidenzia l’ultimo rapporto annuale dell’Istat sulla situazione nazionale italiana, che dà conto non solo dei dati demografici, ma anche della spesa sociale, mettendola a confronto con quella di altri Paesi europei.

L’Italia sta invecchiando. I dati demografici del 2016 stimano 60,7 milioni di residenti (-139.000 rispetto al 2015) mentre gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani sotto i 15 anni. L’Italia, quindi, insieme a Giappone e Germania, è uno dei Paesi più invecchiati del mondo. Diminuiscono anche le nascite, che nel 2015 sono state 488.000 (-15 rispetto al 2014), e la fecondità cala per il quinto anno consecutivo (1,35 figli per donna); aumentano invece i decessi: 653.000 (+54.000). Aumentano gli over 100 e diminuiscono le nuove generazioni: meno del 25% della popolazione italiana è sotto i 24 anni, una quota dimezzata tra il 1926 e il 2016. La presenza di ragazzi stranieri immigrati o nati in Italia ha bilanciato in parte quello che l’Istat chiama il «degiovanimento», cioè la progressiva diminuzione delle nuove generazioni per il calo delle nascite.

Un Paese che invecchia necessita di un’ampia capacità di spesa sociale. L’Istat evidenzia che la spesa per prestazioni sociali è pari al 27,7% del Pil nella media dei Paesi Ue, mentre è al 28,6% in Italia. Le percentuali più alte sono quelle di Danimarca, Francia, Finlandia e Grecia (per tutti i Paesi tra il 32,1 e il 30,3% nel 2013). I sistemi di welfare dei diversi Paesi hanno reagito in maniera diversa allo shock della crisi. Regno Unito e Svezia sono intervenuti contenendo la spesa sociale mentre Danimarca, Germania e Paesi Bassi l’hanno aumentata nel 2008 e nel 2009. L’Italia ha speso meno degli altri Paesi europei per il suo sistema di protezione sociale.
Le condizioni economiche della famiglia di provenienza incidono per i redditi dei figli. L’effetto più rilevante è nel Regno Unito, dove le persone con almeno un genitore di professione nel livello direttivo hanno un reddito più elevato del 24% rispetto a chi ha genitori occupati in professioni manuali. Il vantaggio è più basso in Spagna (17%), in Danimarca (15%), in Italia (14%), in Francia (8%). Allo stesso modo incide il livello di istruzione dei genitori, anche se diversamente nei vari Paesi. In Italia l’influenza del titolo di studio dei genitori è molto discriminante: chi a 14 anni aveva almeno un genitore con istruzione universitaria o di scuola superiore si trova ad avere un reddito, rispettivamente, del 29 e del 26% più elevato rispetto a chi aveva genitori con livello di istruzione basso. Analoghi, ma più contenuti, gli effetti in Spagna, dove il vantaggio è del 14% per chi ha genitori con titolo di studio alto e del 16% per chi lo ha medio. Il livello in Francia e Regno Unito è di circa il 15% più alto per chi ha un genitore con laurea.

I minori hanno pagato più di altri le conseguenze della crisi in termini di povertà, deprivazione e peggioramento della loro loro condizione anche rispetto alle generazioni più anziane. L’incidenza di povertà relativa per i minori, che si era attestata tra l’11 e il 12% tra il 1997 e il 2011, è arrivata al 19% nel 2014.

La zona geografica di residenza, insieme al titolo di studio del capofamiglia, si può associare con il rischio di povertà. Infatti i minori del Mezzogiorno e quelli che vivono in famiglie con a capo una persona con titolo di studio basso (massimo licenza elementare) presentano un rischio di povertà relativa quattro volte superiore ai residenti nel Nord e a coloro che vivono con una persona di riferimento che ha almeno un diploma.

Fonte e approfondimento: Istat 


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